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E il giorno appresso a quello di poi fu visto da lontano un polverone segnar la marcia di molta gente che veniva rimontando la valle. Era di domenica. I contadini uscivano dalle anguste convalli, scendevano dai colli, sbucavano di tra le salciaie della Bormida, e guardavano quella gente che andava come se ci fosse qualcuno alla testa che la guidasse. Non erano soldati, benché tra loro si vedessero degli uomini in divisa militare, ma senz'armi; vestivano quasi tutti da signori e signorili erano d'aspetto. Bisogna dire che il cavaliere Stellani avesse data la voce agli amici suoi, perché quando quella gente fu al lungo ponte che mette nel borgo, v'eran ad accoglierla molti che la condussero in un giardino dove era stato apparecchiato da rifocillarla. Ma non grida, non atti: silenzio e rispetto. La folla da fuori stava anch'essa muta. Finito quel ristoro, quei profughi, che erano forse un cinquecento, quasi tutti studenti dell'Università di Torino, furono anche provveduti di biancheria, di calzatura, di denaro chi non ne avesse, e si rimisero in marcia, accompagnati dai men paurosi, perché paura avevano un po' tutti. Già si era tornato a parlare di Carlo Felice che da Modena aveva gridato la sua collera; e c'erano i compaesani che notavano, e già ridevano alle spalle dei costipati. Anche il volgo si dilettava di questa stolta ingiuria di nome. I profughi non dovevano essere lontani quattro miglia, qualcuno più stanco era ancora forse nel territorio vicino, in quei tempi come se fosse tuttavia l'età dei castelli, per via di confini ben segnati gelosamente diviso dai territori degli altri Comuni. Nelle case del borgo si parlava di loro o in bene o in male; secondo i partiti, si sperava o si temeva che nel primo paese ove sarebbero passati la gente li avrebbe trattati alla peggio, per solo gusto maligno di contrasto. Intanto era venuta l'ora dei vespri; le vie erano quasi deserte, la chiesa era stipata di gente. I pochi che stavano fuori del borgo a spasso, videro improvvisamente comparire un soldato a cavallo, passar il ponte come un razzo, infilar la via principale, trascorrerla fino all'altro capo facendo sprizzar fuoco dalle selci, riuscire, ripigliar il ponte e sparire. E allora giunsero ansanti da quella parte alcuni contadini a dare una gran notizia che fu portata subito fino in chiesa. Erano lì gli alemanni? Il parroco che stava sul pulpito a predicare discese subito: il sindaco, i consiglieri che sedevano nel loro banco si levarono, corsero a lui, e in presenza di tutto il popolo in piedi e ondeggiante, si misero a parlare ad alta voce, come se fossero in piazza. Gli alemanni erano lì! Che fare? Andare ad incontrarli? Chi sa che cosa poteva avvenire! Il sindaco voleva andar lui. Il parroco no, non voleva lasciarlo andare; era troppo focoso, non avrebbe saputo parlare. Meglio il tale, meglio voi, meglio io; insomma andiamo tutti noi, disse alla fine il parroco, ma il popolo stia in chiesa a pregare. Quando saremo davanti al comandante alemanno, parlerò io; il sindaco promette di star zitto. Vedremo, mormorò il sindaco. E andarono tutti, disputando, gesticolando, fin litigando; ma come furono a uno svolto della via e videro i soldati, si raggrupparono e andarono oltre in silenzio. Solo il sindaco era un po' baldanzoso. Vicino al borgo un mezzo miglio, in un gran prato che verzicando già rallegrava l'occhio ai cavalli più ancora che lo spirito agli uomini, stava uno squadrone d'usseri ungheresi appiedati. Gli ufficiali raccolti intorno a un maggiore, guardavano dove egli additava su certi monti che chiudevano una convalle certo ciuffo di case e una gran torre quadrata, alta, come se fosse stata fabbricata per un gran dominio. Quando il parroco e i quindici o venti che erano con lui, furono condotti da un sergente a quel comandante, il sindaco fece atto di volersi lanciare a parlar il primo. Ma il parroco, a capo scoperto, coprendosi quasi la faccia e il petto col gran cappello, cominciò a dir in latino parole d'ossequio al maggiore e a' suoi ufficiali, dando loro di benvenuti a nome dei suoi parrocchiani. Il discorso s'avviava bene, il comandante faceva buon viso; non pareva nemico; ma il sindaco bolliva, voleva dire, scoppiò: e invece di chi sa che cos'altro ruminato per via gli uscì gridato: Nos non timemus vos! Tutti tremarono, il parroco sospirò, ma niun male. Ai vecchi che raccontavano la scena ancora nel quarantotto, pareva d'udir presente lo schianto di risa degli ungheresi, e dicevano che bisognava aver visto come il parroco aveva fissato gli occhi negli occhi del maggiore, per formarsi un'idea di quanto era rimasto mortificato. Ma ricordavano con piacere che alle offerte d'ogni servizio per lui e per i suoi fattegli dal parroco, quell'ufficiale aveva risposto che conosceva già la bontà degli abitanti, e che s'era messo a dire i nomi di certi monti là intorno, e di quella gran torre e di quel ciuffo di case, che aveva guardato tanto: Carretto, Carretto. Qual meraviglia! Ma egli aveva levato a tutti la curiosità dichiarando che da giovanissimo era stato da quelle parti coi russi a inseguir i francesi rotti nella battaglia di Novi del Novantanove. Inseguire! Allora pure, del Ventuno, quell'ungherese inseguiva. Ma pareva che facesse di malavoglia, perché domandò quasi sbadatamente se i fuggitivi avevano continuato a marciare, o erano ancora nel borgo. Agiva così per sentimento suo proprio, o aveva ricevuto ordine di tener dietro lentamente a chi se ne andava? Se mai, da chi quell'ordine poteva essergli stato dato? Quei vecchi, negli ardori del quarantotto per Carlo Alberto, volevano fin credere e far credere che ciò fosse stato per preghiere di lui, Principe di Carignano, punito ma esaudito dal comandante supremo austriaco Bubna entrato in Piemonte. Forse ponevano così senza saperlo alla storia un quesito che non sarà stato posto da altri mai, e che forse non sarebbe possibile chiarire se si ponesse. Ma quando si pensa che tutti i rivoluzionari del Ventuno poterono andare in salvo, come se qualcuno avesse proprio prescritto di darne loro il tempo, piacerebbe poter credere e provare che anche quel maggiore ungherese avesse eseguito un ordine ricevuto. Non ricordo bene ciò che nel Quarantotto su quello squadrone si narrava d'altro, se quegli ungheresi siano poi stati nel borgo a riposare o se abbiano proseguito quella domenica a marciare: rammento però d'aver udito dire che andarono fino al colle di Cadibona, da dove si scopre il mare, ma non se, per tornarsene in Lombardia, fossero ripassati nella valle stessa percorsa a venire. Cosa assai più cara a ricordarsi l'aver conosciuto vivo fino al 1866 uno che nell'anno della rivoluzione piemontese, allora già così lontana, aveva fatto qualche cosa per cui, vecchissimo, era ancora stimato l'uomo più valoroso della valle. Aveva fatto le guerre di Spagna sotto il maresciallo Suchet, n'era tornato con una bella cicatrice di sciabolata in fronte e con una nel petto passato fuor fuori da una lanciata spagnuola. Narrava d'essere guarito sulla nuda terra, in un solco dell'accampamento. Caduto Napoleone, egli, restituito al Re di Sardegna era entrato sergente nel reggimento di fanteria Alessandria, e, scoppiata la rivoluzione del Ventuno, promosso ufficiale, gli avevano dato a portare la bandiera del reggimento. Ed egli l'aveva custodita dopo la rotta dell'Agogna marciando co' suoi, poi appresso da solo fino in Acqui e su fino al borgo di Ponzone sui colli. Voleva tenerla per consegnarla al suo colonnello. Dove mai era andato a cercarlo, dove aveva creduto di trovarlo? Andarono invece i carabinieri a cercar lui lassù. Ma egli si chiuse nel campanile della chiesa parrocchiale, e da quell'altezza udì intimazioni e minaccie senza volersi arrendere. Alla fine, per fame, offerse di consegnar la bandiera al vescovo d'Acqui. Era passata nella mente semplice di quel fiero uomo qualche ricordanza di fanciullezza a intenerirgli il cuore? Fu fatto così come egli volle; e la bandiera del reggimento Alessandria, già condannato alla dissoluzione e a perdere per obbrobrio il nome, passò da quelle di lui nelle mani del vescovo. Di casato quel forte era Cirio, ma perché parlava sempre del suo colonnello nelle guerre di Spagna, Olini, tutti lo chiamavano Lino, anche quando passato il Consiglio di Guerra e assolto, ma licenziato dall'esercito, s'era adattato a divenir guardaboschi del suo Comune, e a vivere come visse per ventisette anni con tre quarti di lira al giorno in un tugurio, nella foresta. E guai a chi avesse osato, lui presente, dir male del Principe di Carignano! Dolce è poi ricordare la festa che gli fu fatta da tutto il borgo nel quarantotto, quando gli fu ridato il suo grado ed ebbe la pensione da veterano della Casa Real d'Asti. Egli chiese invece d'esser mandato alla guerra. Non fu accettato. Troppo vecchio era; ma quanti che furono prodi in quell'anno a Goito e poi in Crimea e poi anche a San Martino, avranno dovuto all'esempio di quel vecchio l'ispirazione? Valle destinata a piccole cose di pace e a grandi mestizie quella della Bormida! Del Ventuno vi passarono Santarosa, i suoi seguaci profughi, gli ungheresi che li lasciarono andare al destino cui s'erano votati: del Quarantanove vi passò Carlo Alberto, anch'egli incamminato all'esilio. Non propriamente in una cronaca, ma in un libro fatto di ricordi d'un ragazzo che maturo li idealizzò, se ne legge così: 23 marzo 1849 «Quel po' di neve è venuta come per celia e sparì. Se ne vede appena qualche chiazza sulle vette, dove già il verde si move. Ma la gente ha detto: “Poveri nostri soldati, con questi tempi alla guerra!”. Dunque c'è di nuovo la guerra? Delle donne che stanno filando accidiose al sole, dicevano che quest'anno le rondini tardano a tornare e che è segno di sventura. Sventura siete voi! - gridò il capitano Lino, - voi, sciocche e marcie di superstizione!». 26 marzo 1849 «Stamattina, mio padre mi condusse con sé a spasso, come suol fare quand'è di cattivo umore. Io dicevo tra me: Che cosa avrà? Volgevamo verso il ponte, senza parlare. Dinanzi a noi una trentina di passi andava il capitano Lino, e verso di lui e noi veniva di trotto una carrozza. Quando passò vicino al capitano, questi tremò tutto, si piantò con le mani al berretto e gridò: Carlo Alberto! Mio padre corse per reggerlo; credevamo che cadesse svenuto. Intanto vidi in fondo a quella carrozza un mantello grigio, due grandi mustacchi bianchi, due occhi che mi guardarono di sotto all'ala di un berretto listato d'argento passar via, sparire. Un gran dolore mi pigliò; mi parve che la via, il ponte e tutto intorno, lontano, provasse un gran patimento, dietro quella carrozza che menava via il Re. È proprio Carlo Alberto! - disse mio padre al capitano Lino. Carlo Alberto! - rispose il vecchio come un'eco. - Certo è avvenuta qualche grande sventura. Questa sera mio padre non ha cenato, e non ha cenato mia madre. Noi ragazzi abbiamo mangiucchiato. Quando la servente è venuta coi lumi, dando la buona sera, il babbo le ha detto: Portateli via. Così siamo rimasti al buio, sicché ognuno se n'è poi andato a letto, senza dar la buona notte agli altri, tutti malinconici come la sera dei morti». Due ciuffi di case sulle due rive della Bormida, un ponte che li congiunge, colli che si profilano chiari sullo sfondo cupo dei monti, ai quali fa da nodo il Settepani, pioppetti lungo il fiume, castagneti a piagge nei colli, macchie d'abeti in quei monti lassù, e lì, fuori un passo dalla borgata, il convento Calasanziano, che le genti delle terre intorno chiamano senz'altro: Collegio di Carcare, dal nome della stessa borgata; dolce visione il tutto insieme, per chi vi fu e vi amò qualcuno o qualcosa. Verso il 1846, in quel Collegio, c'era un gruppo di Padri di mezza età, alcuni dei quali, se fossero rimasti da giovani nel così detto secolo, si sarebbero incontrati con Mazzini o in qualche suo seguace che li avrebbe fatti della Giovane Italia: un'altra parte, i più, erano proprio nati per il convento, ed erano stati in quello e vi stavano tranquilli, insegnando chi il mezzano e anche l'alto sapere, chi perpetuamente a leggere e a scrivere, tutti senza cure d'altro, sereni, benveduti dalla gente del borgo, dove spiravano un'aria amorevole di: lascia andare, che produceva pace. Tra questi aveva grande autorità un genovese di nobilissimo aspetto. Pareva uno dei vecchi marchesi della Superba, e leggeva signorilmente filosofia in un'aula, nella cui vòlta era dipinta la sua scienza in forma di donna con intorno il motto: Povera e nuda vai. Egli seguiva un suo autore ancora sconosciuto agli altri Padri, anzi quasi quasi lo recitava, e però delle sue lezioni udiva parlare nel Collegio come di quelle d'un gran novatore. Ma lasciava dire. E quando alla fine fu saputo che non aveva mai fatto che ripetere il Galluppi, disse sul serio che era ben lieto d'aver fatto conoscere in Piemonte un napolitano. Salvo la signorilità ed il gran decoro, viveva per la disciplina un po' da Folengo e un po' da Rabelais, perché proprio, d'autorità e di santa obbedienza ne riconosceva solo tanto quanto non facesse pericolare la sua salute. Non lui dunque dava il tono al Collegio. Di questo era anima un Padre Canata da Lerici; poeta focoso in tutto, fin nel far penitenza; uomo da dipinger con la spada in pugno come San Paolo. Quello poi sì! non solo sarebbe divenuto della Giovane Italia, ma se fosse rimasto nel mondo, fra il 1830 e il 1848, avrebbe trovata la via di andar a morire in qualcuna delle sfide di pochi al potere onnipotente, qua o là dove che gli fosse capitato di vedere un po' di tricolore. Nel 1846, all'avvento di Pio IX, salì sulle più alte cime dell'ideale a cantar l'inno alla vita, alla patria, alla fede; romantico nudrito di classicismo, svegliò gli alunni suoi ad amare la gran cosa vietata: l'Italia. Allora nella sua scuola suonarono temi che facevano andar in visibilio i giovanetti, solo a sentirli enunciare. Onde gli spiriti si inebriavano di idealità nuove, beati di cantare chi i Treni della nuova Gerusalemme, intendendo dell'Italia, perché avevano letto Geremia; chi l'Arpa trobadorica, per aver udito parlare dei Provenzali; chi Legnano, chi i Capitani di ventura, chi Ferruccio. Egli poi leggeva nella scuola pagine della Battaglia di Benevento e dell'Assedio di Firenze, lettere dell'Ortis, passi del Colletta; né il Rettore del Collegio glielo vietava. Anzi, questi, come gli altri Rettori degli Scolopi di Genova, di Savona, d'Ovada, di Finale, metteva a nuovo qualcosa anch'egli nella giovinezza dei suoi convittori; dava il bando all'abito a coda, all'alta cravatta, alla feluca, e vi sostituiva la divisa dei bersaglieri, e il cappello piumato, nero e azzurro i colori. Da tutto ciò una bell'aria di rinascita che spirava da tutto, e chi aveva lasciato pensare o pensato che gli Scolopi fossero stati sempre un po' in guerra contro i Gesuiti, poteva dire che avevano vinto o stavano per vincere. Il Rettore aveva fin fatto ripulire e dai corridoi meno visitati portar bene in vista il ritratto d'uno, ch'era stato convittore e principe dell'Accademia venti anni avanti e che adesso si avviava a divenire un gran tribuno a Casale, a Torino. E i convittori passavano con rispetto dinanzi al forte faccione dipinto di Filippo Mellana, che pareva uscire da una capigliatura soffocante per guardar loro e tirare il fiato perché la gioventù si destava. Stonava un poco in quel concerto d'anime un padre Serio spagnuolo, venuto lì come uno della gran milizia calasanziana cui fosse stata mutata sede: ma in verità egli era profugo dalla sua patria, scampato in Madrid da un assalto del popolo al suo convento, e uscito dicevasi da quella città nascosto in una carrata di fieno. Nel Collegio faceva da ministro. Olivastro nel viso, ossuto, segaligno, feriva gli occhi a chi lo guardava nei suoi, e schiaffeggiava da cannoniere. I convittori lo temevano, ma i padri non gli volevano male. In fin dei conti era della patria del loro fondatore, del quale non si erano mai gloriati tanto come in quei giorni, che potevano dire aver egli, due secoli avanti, prescritto che tutti nell'ordine parlassero italiano, e si accogliessero a scuola anche gli ebrei. Egli non aveva aspettato che li liberassero i Re coi loro Statuti. Quando scoppiò la guerra del 1848, il Collegio fu un faro per tutte le Langhe. Non v'era notizia che non aggiungesse luce là dentro agli spiriti. Né vi cessarono gli ardori neppure quando Pio IX richiamò l'esercito dalla guerra nella valle del Po. Perché Durando, che era di Mondovì, là presso, e ben noto a qualcuno dei Padri, s'era gingillato tanto a passare il gran fiume; perché non aveva fatto presto a dar dentro negli austriaci, a vincerli in qualche grossa battaglia, che il Papa ne avrebbe avuto piacere? Dicevano così i più ingenui; ma il professore di filosofia, quello galluppiano, bisbigliava che forse a udir troppi canti per Carlo Alberto il Papa si era seccato, e che doveva essersi doluto assai d'aver letto il Primato di Vincenzo Gioberti, e di avervi creduto. Poi dopo lievi tripudi per Goito, per Pastrengo, terre lontane che il pensiero fingeva già lì appena oltre i colli, per farne una cosa sola col Piemonte, vennero le notizie amare delle sconfitte e gli sgomenti. Triste fu l'autunno del 1848, triste l'inverno appresso. Sopravvenute le notizie di Roma e della fuga di Pio IX, nel Convento entrò la malinconia. Il professore galuppiano se la prendeva apertamente, ma chetamente, col Primato: il Serio spagnuolo pareva tener in tasca un volume di sue profezie avverate o da avverarsi; il padre Canata divenne pensoso e taciturno. Dové sentire che presto l'anima sua sarebbe stata presa tra due vènti contrari. A chi avrebbe augurato di cuore la vittoria? Tremava di poter perdere per forza, un qualche giorno, la sua sincerità. Tuttavia quando fu saputo che a Novara l'esercito piemontese era stato sconfitto, egli discese per fare scuola. Entrò che pareva andasse all'altare per dirsi da sé la messa da morte; e quando fu sulla cattedra agli alunni rimasti con l'anima sospesa a guardarlo, disse: «Figlioli, i nostri soldati furono vinti, ma Dio non abbandonerà l'Italia». E cadde svenuto. Due giorni appresso il Collegio fu tutto sossopra. Vi era giunta notizia della rivolta di Genova che non voleva più stare unita al Piemonte, perché questo era stato vinto a Novara, o che se unita voleva mettersi alla testa dello Stato lei, per continuare la guerra. Voci confuse, oscure, che misero in subbuglio i convittori liguri e monferrini, gli uni contro gli altri. Il padre Canata vegliava e pregava pace. Ma che dolore il giorno in cui per la borgata passò uno squadrone di Aosta cavalleria, che marciava al Colle di Cadibona per andare all'assedio di Genova! Qualcuno aveva udito quei soldati a dire che avrebbero fatto in Genova la Pasqua, ma udito a dirlo con certe parole feroci che adesso non si possono più ripetere. E perciò collere nuove nel Collegio tra quei convittori, e pericoli di vederli venire alle mani. Il giorno appresso, il padre Canata salì in cattedra. «Aprite Dante, Purgatorio, Canto sesto!». Disse così e si mise a leggere. Chi di quei giovinetti vide poi, udì poi più Sordello come ascoltando quella lettura, e la musica tempestosa dell'invettiva all'Italia? E fu pace. Di là a dieci anni, molti di quei genovesi e monferrini fattisi soldati volontari per le guerre del 1859 e del 1860, ne parlavano ancora esaltandosi, e ricordando il gran Maestro, si confidavano di sentire dentro d'essersi mossi a servire la patria anche per merito di lui. Insomma allora il padre Canata aveva smorzate le ire. Gli animi di quei giovinetti non si erano più infiammati d'odio, neppur quando si diceva nel Collegio che dalle cime di Montenotte si udivano le cannonate dei piemontesi contro Genova; né se gli esageratori voluttuosi del male soggiungevano che anzi di lassù si vedevano sin le bombe nell'aria e che la gran città era già mezza in rovine. Poi silenzio e per parecchi giorni più nulla. Gli spargitori e i cercatori di notizie terribili tacquero. Soltanto quando passarono i bersaglieri che tornavano da Genova vinta, nei borghi di qua dell'Appennino, le donnicciole sussurravano che quei soldati dovevano avere gli zaini pieni di gioielli, di mani tagliate e fin d'orecchi strappati in fretta, con gli anelli ancora alle dita e coi pendenti ancora appiccati: scellerate menzogne, messe da persone tristi e matte nelle loro povere teste. Ma furono fatte star zitte dal buon senso. A poco a poco le male voci si spensero, e rimase nel Collegio di Carcare che i convittori parlavano del generale Lamarmora come d'un drago e i piemontesi come d'un padre. Queste cose imparavano i giovanetti che entravano convittori in quel Collegio dopo il 1850. E un giorno d'estate del 1851, furono visti nel refettorio del Convitto alcuni grandi ufficiali dell'esercito alla mensa dei Padri. Prima del desinare, i convittori grandi avevano osato avvicinarsi a qualcuno di quegli ufficiali, nei corridoi dove andavano curiosando e fermandosi a questo o a quello dei ritratti di principi delle Accademie tenute negli anni addietro. E avevano saputo che erano venuti da Torino a visitare e a studiare i luoghi di Montenotte e di Dego, perché nel veniente settembre vi dovevano condurre molti reggimenti a fingervi le battaglie di Napoleone. Vi sarebbe venuto il Re in persona. Il Re? Non se ne parlava ancora bene, vagava ancora qualche accusa. Come si era diportato a Novara? Il suo nome fu oggetto di questioni tra quei ragazzi, le voci dei quali erano echi di cose udite nelle loro famiglie. Alcuni dicevano che Vittorio Emanuele non sapeva far altro che andare a caccia. E così nelle camerate non si parlò d'altro per settimane, finché capitò nel borgo e nel Collegio il Duca di Genova, fratello del Re. Andava anch'egli a veder Montenotte. Ma quello sì che era un principe! Si sapeva che a Novara aveva combattuto da disperato, e che verso la sera di quella amara giornata s'era imbattuto in un cannoniere che, morti gli altri serventi del suo cannone, si ingegnava a sparare ancora. «Che cosa fai?» gli aveva detto il Duca. E il soldato a lui: «Altezza, mi hanno insegnato che il cannoniere non deve abbandonare il suo pezzo fino alla morte, ed io aspetto». «Bravo!» aveva gridato il Duca, e aveva anche ordinato che si pigliasse il nome del cannoniere, il quale era appunto d'un casale di quelle parti. Certo il Duca lo avrebbe fatto cercare. Tutte quelle storie mettevano fuoco ai cuori. Fossero venuti presto gli esami, presto fossero passate le vacanze; se i mesi fossero stati cose, quei ragazzi li avrebbero dati via per nulla, purché venisse il settembre. Bella sveglia di spiriti fu l'apparizione dei reggimenti che per le valli del Monferrato e delle Langhe e dai presidi della Liguria si avviarono a Montenotte! Erano ancora formati massime di soldati che avevano vinto a Goito e perduto a Novara, ma rifatti d'animo, disciplinati e baliosi: belle fanterie rosse, gialle, bianche, bei bersaglieri e cannonieri poi che parevano di bronzo come i loro pezzi. Bocche da fuoco, sentivano dire i giovani invece che cannoni, e il nome pareva più eroico e da poesia e da battaglia. E scappavano da casa per andar dietro ai soldati, per vederli accamparsi, per trattenersi a parlar con loro. E venne il gran giorno aspettato. Sulle alture di Montenotte non ebbero certo testimoni gli austriaci e i francesi l'11 e 12 aprile 1796, quando se le diedero per davvero. «C'è mezza Genova, ci sono mezze le Langhe!» esclamavano certi signori, quel dì del settembre 1851, guardando largo da un cocuzzolo, la innumerevole moltitudine che brulicava lassù dappertutto. Erano parole, ma insomma ci pareva mezzo mondo. E vi furono dei fortunati che s'imbatterono a udire dei montanari di quei luoghi, vecchi di settantacinque o ottant'anni, i quali avevano fatto da guida per forza a francesi o ad austriaci della battaglia, e sapevano ancora dire Rampon, Laharpe, Argenteau, Beaulieu, storpiando i nomi che era una grazia di bimbi. Ora parevano dar poca importanza ai piemontesi che facevano per gioco; criticavano i generali che, secondo loro, non sapevano far nulla. Quelli dei loro tempi sì che erano generali! Ah quei francesi! Naturale. Quei vecchi, per tutta la loro gioventù, non avevano udito dir altro che guerra, Francia, vittoria, e vi si erano avvezzati come a una specie di religione. Così avevano sempre tenute per cose da rispettare fin le pietre dei ridotti fatti dai francesi per quelle vette. Chi non aveva ricollocata a posto qualcuna di quelle pietre, se passando l'aveva vista giù, rotolata dal muricciolo a secco, dove la mano d'un granatiere di Rampon l'aveva messa? Ma la finzione piemontese era venuta benissimo. L'esercito di Novara era degno dei luoghi, dove lo avevano condotto a dar la prima prova del come era stato rifatto, fatiche, privazioni, disciplina, tutto; condurlo su quei monti nella parte del regno più lontana del confine austriaco, ma col pensiero alla bella pianura, alla sponda del Ticino, dove il cuore non poteva stare che non passasse di là... L'altra riva, che sospirata campagna! Ma per quando? E tra i reggimenti che venivano via o sparivano sulle gole quali da vinti, quali da vincitori, si udivano dei signori che non parlavano né piemontese né genovese. «Sono lombardi, sono veneziani» diceva la gente che ne sapeva un po' di più, «sono toscani, sono romani». Oh, quanti paesi d'Italia! E la finzione di guerra non era finita. Due giorni appresso, tutto l'esercito era a Dego, a quella stretta di Dego che pare fatta perché gli uomini la trovino e vi si incontrino a farvi le loro stragi. E chi non aveva potuto vedere Vittorio Emanuele in Montenotte, lo vide là su certo poggio, dove la tradizione ancor fresca diceva che si fosse fermato pur Buonaparte. Stava il Re non per darsi dell'aria, ma pensoso, a guardare il suo esercito simulare gli assalti e le difese, onde potersi fidare d'adoperarlo sul serio quando fosse tempo. Era allora tutto biondo, giusto di forme, d'occhi brillanti, quasi bello. Il suo baio gli si muoveva sotto come se si sentisse d'aver l'animo da lui. Cavalcava grave al suo lato sinistro il generale Lamarmora, di cui le donne e i ragazzi dicevano che era ben brutto. Ma quella faccia asciutta, quasi smunta, dava l'idea d'un uomo che lavorasse giorno e notte pel Re, a fargli spendere in armi e soldati tutto il danaro che il ministro Cavaoro aveva cominciato a spremere dalla povera gente. Cavour, Cavaoro! Giocavano così sul nome del ministro non solo gli sciocchi, e chiamavano lui anche impostore perché metteva le imposte. Ma insomma voleva così il Governo del Re; bisognava rispettare, ubbidire e pagare; disciplina bonaria da forti. Quando nel Collegio di Carcare fu tornata la scolaresca pel nuovo anno, il padre Canata diede subito ai retorici per tema: «La difesa di Cosseria». E disse ai ragazzi: «Tenete bene a mente che fu fatta la finta di Montenotte e di Dego, dove i vinti furono gli austriaci; non quella di Cosseria, e fu bene, perché ivi i vinti furono piemontesi. Non bisogna avvezzarsi in nessun modo al sentimento di poter essere sconfitti». Chi sa se di quegli Scolopi ce ne sieno ancora; e se ce ne sono, chi sa se possono parlare così? Montenotte Dego e Cosseria Queste alture di Montenotte le vidi da fanciullo, gremite di gente, un giorno già quasi di autunno, nel 1851. Tutta quella gente aveva fatto folla quassù dalla Liguria e dal Monferrato, per godersi lo spettacolo d'una battaglia. Battaglia non per davvero, s'intende, che anzi ingentilivano tutto tante, tante signore; ma era cosa guerriera veder quei nostri antichi reggimenti piemontesi, attelati sulle creste nude, lunghe file scure che parevano tormentate dal balenìo delle loro armi. Trasalivamo allo sbucare improvviso dei bersaglieri piumati, irrompenti da qualche fitto di faggi, da qualche sviluppo di rovi; l'artiglieria si arrocciava, si piantava sui culmini, e di lassù tuonava: una festa che si faceva sentir da lontano. Quei reggimenti portavano il lutto recente di Novara, nome che allora faceva dolere il cuore sin dei bambini. Pareva non vero che avessero potuto perdere in quella giornata! Ed era qui con essi Vittorio Emanuele, giovane allora come la speranza, re da due anni: v'era il Duca di Genova, cavaliere fine e pensoso cui si leggeva l'ingegno grande in faccia; v'erano i due Lamarmora, quello che pareva masticasse di continuo la palla ricevuta in bocca sul ponte di Goito; e l'altro che lavorava a rifar l'esercito, e già quel giorno lo metteva a una prova finta. Con essi poi altri molti divenuti illustri o passati con la turba; tutti, o quasi morti oramai; e non tutti fortunati tanto da aver visto prima questo miracolo della patria rifatta. Gioco che fra le migliaia di teste vedute qui in quel giorno, nemmeno cento pensavano più in là d'una buona guerra contro l'Austria che allora si chiamava l'eterna nemica. Oh! se si avesse potuto pigliare la rivincita di quel tetro quarantanove! E non si rifletteva che, cacciata via l'Austria, il resto sarebbe venuto quasi da sé; che il sentimento dell'unità si sarebbe svegliato pronto, generale, indomabile. Ci siamo veduti quando fu il tempo.

Veggo dei segni di tende levate di fresco, e so che la prima compagnia alpina ha passato qui la notte dal 25 al 26 luglio. Dunque su queste alture furono visti i cappelli geniali dei nostri alpini? Che bel rammentare il cinquantanove, e Torino, e i portici del Maggi, dove fra i figurini di divise proposte per i Volontari, una ve n'era che somigliava tutta a questa delle Compagnie! Non fu adottata perché allora si era massai a spendere, o perché quella foggia di cappello era troppo alla calabrese. Ma i volontari furono chiamati Cacciatori delle Alpi; ed ora in quel nome glorioso, nella memoria di quel figurino, nell'uniforme e nel nome delle compagnie, pare di veder composti certi dissidi, che i giovani d'oggi non sanno, ma ch'erano in quei tempi vivi molto e pericolosi.

Am Tag, der auf diesen folgte, sah man in der Ferne eine Staubwolke, die auf eine große Menschenmenge hinwies, die das Tal hinaufmarschierte. Es war Sonntag. Die Bauern verließen die engen Bergtäler, kamen von den Bergen herab, kamen von den Weiden, die das Tal umgaben und schauten auf diese Leute, die marschierten, als ob in ihrem Kopf jemand säße der sie steuerte. Es waren keine Soldaten,  auch wenn manche von ihnen Militäruniformen trugen, wenn auch ohne Waffen. Gekleidet waren sie wie noble Herrschaften und nobel  war ihre Erscheinung. Man muss erwähnen, dass  Stellani seine Freunde informiert hatte, als nämlich die Leute die lange Brücke, die in die Stadt führte, erreicht hatten, hatten sich dort schon zahlreich Leute eingefunden, die sie in einen Garten führten, wo alles bereitstand, sie zu verorgen.  Aber niemand schrie oder gestikulierte. Es herrschte Stille und Rücksichtnahme. Auch die Menge draußen war still. Nachdem sie verpflegt waren, machten sich die Flüchtlinge, etwa 500 an der Zahl und alle Studenten der Universität von Turin, nachdem sie Bettwäsche erhalten hatten und Schuhwerk,  sowie Geld, wenn sie keines hatten, in Begleitung der weniger Ängstlichen, Angst hatten alle,wieder auf den Weg.  Man sprach schon wieder von Carlo Felice aus Modena, der seine Wut herausgebrüllt hatte. Es gab auch Landsleute,  die im Bilde waren, die hinter dem Rücken der Erkälteten (nicht übersetzbare Wortspiel, bezieht sich auf constituzione / Verfassung, constipazione / Erkältung, siehe oben).  Selbst der Pöbel amüsierte sich über die Verballhornung dieses Namens. Zu diesem Zeitpunkt waren die Flüchtlinge auf klar markierten Wegen, die, ganz wie zur Zeit der Burgen,  eifersüchtig  unter den Gegenden der Nachbargemeinden aufgeteilt waren,  kaum mehr als vier Meilen  gegangen, die, die erschöpft waren, befanden sich sogar noch auf dem angrenzenden Territorium.  In den Häusern des Dorfes sprach man über sie, wohlgesinnt oder ablehnend,  je nach Parteizugehörigkeit.  Man hoffte oder fürchtete, dass sie im ersten Dorf, dass sie durchqueren würden, die Leute ihnen übel mitspielen würden,  nur der boshaften Freude am Kontrast wegen. Unterdessen war die Zeit der Abendandacht herangekommen.  Die Straßen waren fast leer, die Kirche voller Leute. Die wenigen, die außerhalb des Dorfes spazieren gingen, sahen plötzlich einen Soldaten zu Pferd auftauchen, wie eine Rakete die Brücke überqueren, auf die Hauptstraße einbiegen, sie bis zum anderen Ende, wobei  Funken von den Pflastersteinen stieben,  umkehren, wieder über die Brücke reiten und verschwinden.  Aus der gleichen Richtung kamen jetzt auch nach Luft schnappend einige Bauern gelaufen, um eine bedeutende Nachricht zu verkünden, die sofort bis zur Kirche weitergetragen wurde.  Waren die Alemanni da? Der Pfarrer, der auf der Kanzel stand und predigte, kam sofort herunter. Der Bürgermeister, die Räte, die auf ihren Bänken saßen,  erhoben sich  und liefen zu ihm und in Gegenwart des ganzen stehenden und wogenden Volkes, begannen sie, als ob sie sich auf einem öffentlichen Platz befänden, laut zu sprechen. Die Alemanni (wie oben beschrieben sind die Alemanni all die, zu Österreich gehörten. Mit den spanischen alemanes hat das also nichts zu tun.) Was tun?  Ihnen entgegen gehen? Wer weiß, was passieren konnte! Der Bürgermeister wollte selbst gehen. Der Pfarrer wollte ihn nicht gehen lassen. Er war zu hitzig, würde nicht die richtigen Worte finden.  Besser der,  besser Sie, besser ich. Gehen wir also alle, sagte schließlich der Pfarrer, das Volk jedoch soll in der Kirche bleiben und beten.  Wenn wir vor dem alemannischen Kommandeur sind, werde ich sprechen. Der Bürgermeister versprach zu schweigen. Wir werden sehen, versprach der Bürgermeister. Sie gingen also alle, diskutierten, gestikulierte und zerstritten sich schließlich. Doch als sie an an einer Biegung der Straße angekommen waren und die Soldaten sahen,  bildeten sie wieder eine Gruppe und gingen schweigend weiter. Nur der Bürgermeister war ein bisschen übermütig. Eine halbe Meile vom Dorf entfernt stand, auf einer grünen Wiese, die die Augen der Pferde noch mehr erfreute als den Geist der Menschen,  ein Schwadron ungarischer Husaren  neben ihren Pferden.  Die Offiziere blickten,  gruppiert um einen Mayor,  dahin, wo dieser hinzeigte,  in Richtung gewisser Berge,  die ein Sacktal abschlossen, wo Häuser standen und ein quadratischer Turm, hoch, als ob er gebaut worden wäre, um zu herrschen.  Als der Pfarrer und die fünzehn, zwanzig anderen, die mit ihm waren, vonn einem Sergeant zu diesem  Kommandanten  geführt wurden, machte der Bürgermeister Anstalten, zuerst zu sprechen. Der Pfarrer jedoch, mit entblößtem Haupt,  sein Gesicht und die Brust fast ganz bedeckt von seinem Hut, begann auf Lateinisch ehrerbietige Worte an den Mayor und seine Offiziere zu richten, hieß sie im Namen seiner  Gemeinde willkommen. Die Rede ließ sich gut an, der Kommandant machte ein gutmütiges Gesicht, schien nicht feindselig. Doch der Bürgermeister kochte, wollte etwas sagen, platzte fast. Und anstatt irgendetwas anderes, wer weiß was,  zu sagen, dass er sich auf dem Weg zurechtgelegt hatte, entfuhr ihm das: „No nos timemus vos!“ (lateinisch: Wir fürchten euch nicht) Alle zitterten, der Pfarrer atmete tief durch. Doch es geschah nichts. Die Alten, die Szene noch  im Jahre vierundachtzig erzählten,  schien es, als hörten sie noch heute das schallende Gelächter der Ungarn und sie sagten, dass man die Augen des Pfarrers, die fest auf die Augen des Mayors gerichtet waren hätte sehen müssen, um sich ein Bild zu machen, wie entsetzt er war. Doch sie erinnerten sich gerne, dass dieser Offizier,  nachdem der Pfarrer versichert hatte, dass sowohl er auch seine Gemeinde zur ihrer Verfügung stünden, antwortete, dass er die Güte dieser Gemeinde bereits kenne und er fing an, die Namen einiger Berge  in der Ferne, wie auch die der Häuser und des Turmes zu nennen:  Carretto, Carretto.  Geradezu ein Wunder! Er erregte die Neugierde aller, als er sagte, dass er als sehr junger Mann mit den Russen dort gewesen sei, um die Franzosen zu jagen, die bei der Schlacht von neunundneunzig versprengt worden waren. Jagen!  Dann hatte dieser Ungar auch schon im Jahre einundzwanzig gejagt. Doch es schien, dass er es ohne Begeisterung tat, denn nahezu beiläufig fragte er, ob die Flüchtlinge weitergegangen seien, oder ob sie noch im Dorf seien.  Handelte er so aus freien Stücken oder hatte er einen Befehl erhalten, denen, die gingen, langsam zu folgen? Wenn ja, von wem konnte er diesen Befehl erhalten haben? Jene Alten, die im von Leidenschaften geprägte Jahr neunundvierzig für Karl Albert waren, wollten glauben und andere glauben machen, dass es auf sein  Bitten hin geschah, Prinz von Carignano, verurteilt doch vom Oberbefehlshaber der Österreicher Bubna, der in Piemont eingerückt war, empfangen. Vielleicht stellten sie so an die Geschichte eine Frage, die nie wieder von jemandem gestellt werden würde und die man, würde man sie stellen, auch nicht beantworten können. Bedenkt man jedoch, dass alle Revolutionäre des Jahres einundzwanzig sich retten konnten, ganz so, als ob jemand ihnen die Zeit dazu gegeben hätte,  dann konnte  man sich mit dem Gedanken anfreunden und glaube und sehen, dass auch dieser ungarische Mayor einen Befehl erhalten hatte. Ich erinner mich nicht mehr, was man im Jahre neunundvierzig noch über dieses Schwadron erzählte,  ob diese Ungarn dann ins Dorf gegangen sind um sich auszuruhen oder ob sie an diesem Sonntag weitermarschiert sind. Ich erinner mich jedoch daran,  dass ich gehört habe, dass sie bis zum Gipfel des Cadibona  weitermarschiert sind, von wo aus man das Meer siet,  nicht aber, ob sie bei  der Rückkehr aus der Lombardei, wieder an dem Dorf vorbeigekommen sind, dass sie auf dem Hinweg passiert hatten. Noch teuerer war die Erinnerung daran,  1866 noch zu Lebzeiten den  kennen gelernt zu haben, der im Jahr der Revolution in Piemont, zu diesem Zeitpunkt schon weit entrückt in der Zeit,  etwas getan hatte, für das er noch im hohen Alter für den mutigsten Mann des ganzen Tales gehalten wurde.  Er unter dem Mareschal Suchet am Krieg in Spanien teil und kehrte mit einer schönen Narbe auf der Stirn, die von einem Säbelhieb stammte und mit einer auf der Brust, die von einer spanischen Lanze stammte,  die ihn durchbohrte.  Er erzählte, dass er auf der nackten Erde in einem Graben des Lagers genaß. Nach dem Fall Napoleons,  war er wieder in Diensten des Königs von Sardinien, wurde er im Infanterieregiment von Alessandria zum Sergeant ernannt, um dann, als die Revolution von einundzwanzig ausbrach,  zum Offizier befördert zu werden, der die Fahne des Regiments trug.  Diese hütete er auch noch nach der Niederlage von Agogna , als er, anfangs zusammen mit seinen Kameraden, dann alleine, in Richtung Acqui marschierte und weiter zu dem Dorf Ponzoni in den Bergen.  Er wollte sie halten um sie seinem Kolonnell zu übergeben.  Doch wo war er nicht überall hingegangen, um diesen zu finden, wo hatte er nicht überall geglaubt ihn zu treffen? Unterdessen hatten sie die Karabinieri aufgemacht um ihn zu suchen. Doch er schloss sich ein im Glockenturm einer Pfarrkirche und hörte in der Höhe die Einschüchterungsversuche und Drohungen ohne sich jedoch ergeben zu wollen.  Schließlich, vom Hunger getrieben, war er bereit die Fahne dem Bischof von d‘ Acqui zu übergeben.  Hatte die Erinnerung an einen Jungenstreic h den  einfach gestrickten Geist  dieses stolzen Mannes gerührt?  Es wurde so gemacht, wie er wollte und die Fahne des Regiments von Alesandria, dessen Auflösung schon beschlossen war und dessen Name durch die Schande für immer getilgt werden sollte, wurde dem Bischof  übergeben.  Dies Starke war zyprischer Abstammung, doch da er immer von seinem Kolonnell  aus den Zeiten des Krieges in Spanien sprach, nannten ihn alle Lino, auch nachdem der Kriegsrat getagt und ihn freigesprochen, jedoch aus der Armee entlassen hatte und er  Waldhüter seiner Gemeinde geworden war und siebenundzwanzig Jahre mit dreiviertel  Lire am Tag in einer Hütte, im Wald lebte.  Und wehe dem, der es wagte in seiner Gegenwart schlecht über den Prinz von Carignano zu reden!  Angenehmen ist es der Feier zu gedenken, die man ihm zu Ehren im Dorf im Jahre neununddvierzig veranstaltete,  als man ihm seinen Grad wiedergab und er eine Pension als Veteran  des königlichen Hauses der Asti erhielt.  Er jedoch bat, in den Krieg geschickt zu werden, was aber nicht akzeptiert wurde, da er schon zu alt war. Doch sollten nicht alle Heldentaten dieses Jahres, in Goito, dann in Crimea und dann in San Martino in als Vorbild haben? Kleine Dinge zu Friedenszeiten und große Traurigkeit herrscht im Tal von Bormida! Im Jahre einundzwanzig  kam Santarossa vorbei und seine Anhänger, die Ungarn, die sie dem Schicksal entgegen gingen ließen, dass sie sich erwählt hatten. Im Jahre neunundvierzig zog Karl Albert hindurch, auch er auf dem Weg ins Exil.  Nicht wirklich eine Chronik, aber doch ein Buch, dass sich auf Tatsachen stützt, wie sie sich  in der Erinnerung eines Jungen eingeprägt hatten, konnte man folgendes lesen. 23. März 1849 Ein bisschen Schnee war gekommen,  als ob es Scherz wäre und wieder verschwunden.  Lediglich ein paar Flecken gab es auf den Gipfeln der Berge, wo schon das Grün überwog. Doch die Leute sagten: „Unsere  armen Soldaten, bei diesem Wetter in den Krieg!“  Es war also wieder Krieg?  Frauen, die strickend  und träge in der Sonne saßen,  sagten, dass dieses Jahr die Schwalben später kämen, und dass dies ein unglückseliges Zeichen sei. „Unglückselig seid ihr!“, schrie der Kapitän Lino, „ihr, dumm und  durch den Aberglauben verdorben!“ 26. März 1849 „Heute morgen ging mein Vater mit mir Spazieren, wie er dies zu tun pflegte, wenn er schlechter Laune war. Ich sagte bei mir: „Was hat er wohl? Wir gingen in Richtung der Brücke, ohne zu sprechen.  Etwa dreißig Schritte vor uns ging der Kapitän Lino. Uns und ihm entgegen kam eine Kutsche.  Als sie in der Nähe des Kapitäns war, begann dieser zu zittern, nahm mit der Hand an der Mütze Haltung an und rief:“ Karl Albert!“.  Mein Vater rannte, um ihn zu stützen, wir glaubte er würde ihn Ohnmacht fallen.  Unterdessen sah ich im Innern dieser Kutsche einen grauen Mantel, zwei große weiße Schnauzbärte, zwei Augen, die mich  unter einem  von Silber umrandeten Mützenschirm   anschauten und dann verschwanden. Ein großer Schmerz erfasste mich. Es schien mir, dass die Straße, die Brücke, die ganze Umgebung hinter dieser Kutsche, in der der König saß,  noch in der Ferne, von einem großen Leid ergriffen würde. „Es ist tatsächlich Karl Albert!“, sagte mein Vater zum Kapitän Lino. „Karl Albert!“, antwortete der Alte wie ein Echo. „Sicher ist ein großen Unglück geschehen.“ An diesem Abend aß weder mein Vater noch meine Mutter zu Abend. Wir Kinder hatten hatten ein bisschen in unserem Essen herumgestochen. Als die Bedienstete mit den Lichtern kam um gute Nacht zu sagen, sagte der Vater zu ihr: „Bringt sie weg.“  So blieben wir im Dunkeln, ohne den anderen gute Nacht zu sagen. Melancholisch waren wir, wie am Abend, an dem man den Toten gedenkt. Zwei Konglomerationen an Häusern an den Ufern des Bormida, eine Brücke, die sie verbindet, Hügel, die abstechen vor dem dunklen Hintergrund der Berge, die vom Settepani (Berg in Ligurien) umschlossen werden.  Pappeln entlang des Flusses,  Kastanien auf den Hügeln, eingesprengelt Tannen in den fernen Bergen. Und dort,  zu Fuß erreichbar außerhalb des Dorfes, das Kloster Calasanziano, das die Leute der Umgegend einfach  Collegio di Carcare nannten, nach dem Dorf, in dessen Nähe es sich befand.  Für den, der dort jemanden oder etwas liebte,  ein anrührender Anblick. Gegen 1846 lebten in diesem Seminar eine Gruppe von Geistlichen mittleren Alters, von denen einige, obzwar sie in der Jugend im Glauben des Jahrhunderts verwurzelt waren,  sich nun zum jungen Italien bekannten, nachdem sie mit Mazzini oder einem seiner Anhänger zusammegetroffen waren.  Ein anderer Teil, die meisten, waren für das Kloster geboren, waren dort und waren dort zufrieden. Einige betrieben Aufklärung oder führten sogar in die Wissenschaften ein, andere lasen und schrieben ohne Unterlass, kümmerten sich sonst um nichts,  lebten glücklich und waren von den Leuten des Dorfes gut angesehen.  Unter diesen genoss große Autorität ein Genueser mit einem sehr noblen Aussehen.  Er schien ein alter Marquis della Superba zu sein. Er hielt Vorlesungen über Philosophie in einer Aula, in dessen Wölbung sich ein Gemälde seines Faches befand, eine Frau mit die um die herum der Schriftzug stand:  Arm gehst du und nackt. Er folgte einem seiner Autoren, gab ihn fast wörtlich wieder, der den anderen Geistlichen noch unbekannt war, von dem man aber im Seminar aufgrund seiner Vorlesungen bald als großen Neuerer sprechen hörte. Er ließ sie reden.  Als man schließlich erfuhr, dass er nur Galluppi (Italienischer  Philosoph, geboren 1770 in Tropea, gest. 1846 in Neapel).  Er sagte, dass er glücklich sei, im Piemont einen Neapolitaner bekannt gemacht zu haben.   Sieht man von seiner noblen Abstammung und seiner Ausstrahlung ab,  lebte er ein bisschen nach der Disziplin von Folengo und ein bisschen nach der von Rabelais, weil er Autorität und heiligen Gehorsam nur dann anerkannte, wenn seine Gesundheit in Gefahr geriet. Er jedoch war nicht tonangebend im Seminar.  Seele des Seminars war Padre Canata da Lerici. Ein Dichter, der alles mit Leidenschaft tat, sogar büßen.  Ein Mann, der wie San Paolo mit dem Schwert in der Hand hätte gezeichnet werden müssen. Der auf jeden Fall! Er wäre nicht nur ein Anhänger des Jungen Italiens (von Manzinni  gegründete politische Strömung, die sich gegen die Fremdbestimmung Italiens, für die nationale Einigung  und für eine Verfassung einsetzte), sondern hätte, wenn er in den Jahren 1830 bis 1848 noch gelebt hätte,  auch eine Möglichkeit gefunden, in einer der wenigen Herausforderungen der Allmächtigen Staatsmacht, hier oder dort, wo immer sich ein bisschen der dreifarbigen Fahne gezeigt hätte,  den Tod zu finden.  Als 1846 Pius IX an die Macht kam, stieg er auf den höchsten Gipfel des Ideal um die  Hymne an das Leben zu singen, an das Vaterland, an den Glauben: Romantik durchtränkt mit Klassizismus. Er ließ ihn seinen Schülern die Liebe zu der großen verbotenen Sache erwachen: Italien.  In seiner Schule erklangen die Themen, die die Jugend  in Verzückung geraten ließ, wenn sie nur erwähnt wurden.  Die Gemüter wurden von einem neuen Ideal durchtränkt, glücklich wenn sie „Züge des neuen Jerusalems“ sangen, womit sie Italien meinten, weil sie Geremia gelesen hatten. Mancher die „Harfe des Troubadours“, weil er was von der Provence gehört hatte, ein anderer Legnano, wieder ein anderer Capitani di Ventura und manch einer Ferruccio.  Er las in der Schule einzelne Seiten aus der Schlacht bei Benevento und aus der Belagerung von Florenz,  die Briefe des Ortis, Schritte von Colletta.  Auch der Rektor des Seminars verbot es ihm nicht. Dieser wie auch alle anderen Rektoren der Scalopi (1622 gegründeter Orden, der sich, konfessionell neutral, um die Bildung ärmerer Bevölkerungsschichten bemühte), der von Genua, von Savona, von Ovada, von Finale brachten ein neues Element in die Jugend ihrer Internate.  Er verbannte  den Frack, die Fliege, den Zweispitz und ersetzte in durch die Uniform des Infanteristen, mit  schwarz und weißem Federhut.  All dies in einer aufgeräumten Aufbruchsstimmung die einen daran denken ließ oder in  Erinnerung rief, dass die Scolopi mit den Jesuiten immer ein bisschen im Krieg standen und man konnte sagen, dass die ersteren nun obsiegten. Der Rektor hatte sogar aufräumen lassen und in den weniger zugänglichen Korridoren gut sichtbar das Bildnis dessen angebracht, der vor zwanzig Jahren ein Bewohner des Internats und  jetzt im Begriff war ein bedeutender Volksvertreter beim Casale in Turin zu werden.  Die Bewohner des Internats gingen respektvoll am breiten gemalten Gesicht von Filippo Mellana vorbei, der aus seiner den Atem raubenden Perücke herzuschauen schien,  damit die Jugend erwache. In diesem Seelenreigen störte ein gewisser aus Spanien kommender Pater Serio.  Es schien, als wäre er  einer der mit der großen Schar der Calasanzianer (anderer Name für Scolopi, leitet sich von ihrem Gründer  Giuseppe Calasanzio ab), gekommen wäre, nachdem der Sitz des Ordens verlagert worden war.  Doch tatsächlich war er aus seinem Heimatland geflüchtet. Er war, so sagte man,  versteckt in einen Heuwagen entkommen, nachdem sein Kloster in Madrid vom Volk erstürmt worden war. Im Seminar war er als Geistlicher tätig. Mit seinem grünlichen, knochigen, hageren Gesicht schmerzte er die Augen desjenigen, der in die seinen schaute. Ohrfeigen teilte er aus wie ein Kanonnier. Die Internatszöglinge fürchteten ihn, doch die Patres hatten nichts gegen ihn. Schließlich kam er aus dem Heimatland ihres Gründers, den man nie zuvor so gepriesen hatte, wie in jenen Tagen. Was würden die sagen, die zwei Jahrhunderte vorher festgelegt hatten, dass man im ganzen Orden Italienisch zu sprechen hätte. Sogar die Menschen jüdischen Glaubens, wenn sie in dieser Schule unterwiesen wurden. Sie hatten mit ihren Statuten nicht darauf gewartet, bis ein König käme, sie zu befreien. Als der Krieg 1848 ausbrach, war das Seminar ein Leuchtturm für ganz Langhe. Es gab keine Nachricht,  die die, die sich darin befanden nicht erleuchtet hätte. Und die Leidenschaft nahm auch dann nicht ab, als Pius IX  das Heer aus dem Krieg im Potal zurückrief.  Warum hatte Durando aus Mondiví, der dort überrumpelt worden war, wie ein Pater erfahren hatte, so lange bei der Überquerung des großen Flusses getrödelt. Warum hat er sich nicht beeilt um ihn die Österreicher einzudringen,  sie in einer großen Schlacht zu besiegen, was der Papst mit Vergnügen gesehen hätte? So sprachen die, die naiv waren. Der Professor der Philosophie jedoch, jener Galluppianer, meinte flüsternd, dass der Papst vielleicht zuviele Lobeshymnen auf Karl Albert gehört hatte und dass ihn die Lektüre des Primato von Vincenzo Gioberti, von dessen Richtigkeit er überzeugt war, allzu sehr geschmerzt hatte. Nach kleineren Jubelfeiern aufgrund von Goito, Pastrergo, weit entfernte Gegenden, die der Geist aber gleich hinter den Bergen vermutete, damit sie  mit Piemont gemeinsame Sache machten, kamen die bitteren Nachrichten der Niederlagen und das  Entsetzen. Traurig war der Herbst des  Jahr 1848 und traurig der Winter, der auf dieses folgte. Nachdem sich die Nachrichten aus Rom und von der Flucht von Pius IX verbreitet hatten, herrschte Trübseligkeit im Seminar.  Der galuppianische Lehrer legte sich offen, aber schweigend mit dem Vorsteher an. Serio, der Spanier, schien ein Buch voll mit seinen Prophezeiungen in der Tasche zu haben, die sich entweder schon als wahr erwiesen hatten oder sich noch als wahr beweisen würden.  Pater Canata wurde trübselig und schweigsam.  Er muss wohl  gespürt haben, dass sein Seele bald von zwei  sich widersprechenden Winden erfasst würde.  Wem hatte man aus ganzem Herzen den Sieg voraussagen können?  Er zitterte bei der Vorstellung, eines Tages gewaltsam seine Aufrichtigkeit zu verlieren.  Dennoch ging er, als bekannt wurde, dass in Novara das Heer von Piemont geschlagen worden war, unterrichten.  Er kam herein, also ob er zum Altar ging um für sich selbst die Totenmesse zu lesen. Als er auf dem Katheder stand und die Schüler ihn mit stockendem Atem anschauten, sagte er: „Kinder, unsere Soldaten sind besiegt worden,  doch Gott wird Italien nicht verlassen.“ Dann fiel er in Ohnmacht. Zwei Tage später war das Seminar in Aufruhr.  Die Nachricht von der Revolte in Genua  hatte sich verbreitet, das,  nach der Niederlage in Norvara, nicht mehr zu Piemont gehören wollte oder, wenn die Einheit fortbesteht,  an der Spitze des Staates stehen wollte, um den Krieg fortzuführen.  Wirre, dunkle Gerüchte, die die Internatszöglinge gegeneinander aufbrachten, die Liguren gegen die Monferriner. Pater Canata  wachte und predigte Frieden.  Doch welch ein Schmerz , als am nächsten Tag ein Schwadron Kavallerie aus Aosta, das zum Berg Cadibona  unterwegs war, an dem Dorf vorbeizog, um Genua zu belagern!  Jemand hatte einen dieser Soldaten mit einem so schrecklichen Ton, dass man ihn hier nicht wiederholen kann,  sagen hören,  dass sie in Genf Ostern feiern würden. Neue Wut bei den Bewohner des Internats und Gefahr von Handgreiflichkeiten. Am Tag danach stand Pater Canata wieder auf dem Katheder. „Öffnet Dante, Purgatorio, Canto sesto!“  Sagte es und begann zu lesen.  Wer von diesen Jungen sah, wer von  ihnen hörte wie Sordello  die  an Italien gerichteten stürmische Musik einer Strafpredigt? (Es wird bezug genommen auf den sechsten Gesang / Purgatorio der Divina Commedia.  Näheres mit ausführlicher Erläuterung hier: www.divina-commedia.de.  Ab dann herrschte Friede. Als zehn Jahre später vielen von diesen Genuesen und Monferrinern freiwillig  in den Kriegen von 1859 und 1860 freiwillig als Soldaten dienten, sprachen sie noch hingebungsvoll von dieser Zeit, erinnerten sich an den großen Meister,  vertrauten sich gegenseitig an, dass ihr Entschluss, dem Vaterland zu dienen, auch dessen Verdienst war.   Pater Canata hatte also den Groll geschwächt.  Die Gemüter dieser Jungen haben sich nicht mehr hasserfüllt erhitzt. Nicht mal als man im Seminar  von den Gipfeln von Montenotte  die Kannonaden der Piemontesen  gegen Genua hörte.  Auch nicht als die  Böswilligen übertrieben und anfügten, dass man von da oben die Bomben durch die Luft fliegen sähe und die große Stadt schon halb in Trümmern liege. Dann trat Stille ein und für viele Tage geschah nichts mehr. Die, die schreckliche Nachrichten in Umlauf brachten, schwiegen.  Erst als die Infanteristen aus dem besiegte Genua zurückkamen,  flüsterten törichte Frauen, dass diese Soldaten die Rucksäcke voller Schmuck haben müssten,  erzählten von abgehackten Händen und sogar von in Eile abgerissenen Ohren, von Fingern, die noch beringt und Ohrrhängern, die noch hingen.  Ruchlose Lügen,  in Umlauf gebracht von unseligen Personen, mit vom Wahnsinn getriebenen Köpfen.  Doch sie wurden vom gesunden Menschenverstand unterdrückt. Allmählich verstummten die Stimmen der Verleumder.  Was blieb war, dass  die Bewohner des Internats im Seminar von Carcare von General Lamarmora wie von einem Drachen sprachen, die Piemonteser wie von einem Vater. Das ist es, was die Jugendlichen lernten, die nach 1850 im Internat de Seminars lebten. An einem Sommertag des Jahres 1851 sah man im  Refektoriums des Klosters einige hohe Offiziere des Heeres am Tisch der Patres. Vor dem Mittagessen hatten einige vornehme Internatsbewohner es gewagt, sich einem dieser Offziere  in den Korridoren, wo sie neugierig herumgingen und vor diesem und jenem Bildnis der Prinizipale der Akademien der letzten Jahre stehenblieben, zu nähern.  Sie erfuhren, dass sie nach Turin gekommen waren um die Gegen um Montenotte  und Dego zu studieren, weil sie im kommenden September viele Regimenter heranführen wollten, um dort die Schlachten von Napoleon nachzustellen.  Der König höchstpersönlich würde kommen.  Der König?  Sein Name gab diesen Jungendlichen, deren Stimme das Echo dessen war, was sie zu Hause gehört hatten, Anlass zu Fragen.  Manche sagten, dass Vittorio Emanuele nicht anderes konnte, als auf die Jagd zu gehen.  So sprach man in den Kammern über Wochen von nichts anderem mehr, bis der Herzog von Genua im Dorf und im Seminar eintraf. Auch er besah sich Montenotte.  Aber jener war wirklich ein Prinz!  Man wusste, dass er in Novara verbissen gekämpft hatte, und dass er am Abend dieses bitteren Tages auf einen Kanonier stieß, der, nachdem die anderen, die seine Kanone bedienten, gestorben waren,  sie bemühte, weiter zu feuern. „Was tust du?“, hatte ihn der Herzog gefragt. Und der Soldat zu ihm: „Hoheit, man hat mich gelehrt, dass der Kanonier bis zum Tode seine Waffe nicht verlassen darf.“  „Bravo!“, schrie der Herzog und befahl, dass man den Namen des Kanoniers notiere, der  genau aus dieser Gegend stammte.  Sicher hatte der Herog ihn suchen lassen.  All diese Geschichten wärmten das Herz.  Wenn die Prüfungen früher gekommen wären, dann wären auch die  Ferien schneller vergangen. Wenn die Monate Dinge gewesen wären, hätte die Jungen sie weggegeben für nichts, nur damit es schneller September wird. Das  Erscheinen der Regimenter in den Tälern des Monferrato und des Lange, aus den Kasernen von Liguria, die sich Richtung Montenotte bewegten ließ die Herzen höher schlagen!  Es waren viele dabei, die bei Goito verloren und in Novara verloren hatten: Selbstbewusst, diszipliniert und stark.  Die rot, gelb und weiße Uniformen der Infanterie und die Kanoniere, braun wie ihre Waffe. Feuermund hörten die Jungen sagen, ein Name der  heroischer klang, nach Poesie und Schlacht. Sie verließen die Häuser, um den Soldaten hinterher zu laufen, zu sehen wi es sie ihr Lager aufschlugen, sich zum Zeitvertreib mit ihnen zu unterhalten. Der große Tag kam. Auf den Höhen von Montenotte hatten die Österreicher am 11. und 12. April 1796 keine Zeugen, als  sie sich wirklich schlugen. „Zur Hälfte ist da Genua, zur Hälfte Langhe!“, riefen  an diesem Tag im September 1851 einige Herren von der Anhöhe aus beim Anblick dieser Menge die dort unten überall wimmelte. Das waren Worte,  aber tatsächlich schien es, als sei die halbe Welt da versammelt.  Es gab auch einige Glückliche, die Gelegenheit bekamen, den Bergbauern dieser Gegend zuzuhören, die heute fünfundsiebzig oder achtzig Jahre alt waren. Sie waren gezwungen worden  die Franzosen oder Österreicher in der Schlacht zu führen und konnten noch Rampon, Laharpe, Argenteau, Beaulieu  sagen, sprachen die Namen aber so verstümmelt aus,  dass es so anmutig Klang wie bei Kindern.  Sie gaben nun wenig acht auf die Piemonteser, die sich dem Spiel hingaben. Sie kritisierten die Generäle, die, ihrer Meinung nach, zu nicht in der Lage waren.  Zu den Zeiten jener, ja, das waren noch Generäle! Ah, diese Franzosen! Natürlich.  Diese Alten hatten während ihrer ganzen Kindheit immer nur Krieg, Frankreich , Sieg gehört und sie hatten sich daran gewöhnt wie an eine Religion. So hielte sie selbst die Steine der von den Franzosen auf diesen Anhöhen erbauten Schanzen in Ehren.  Wer hätte nicht einen dieser Steine, wenn er beim Vorbeigehen  gesehen hätte, dass er aus der Trockenmauer heruntergefallen war, wo ihn ein Grenadier von Rampon hingesetzt hatte, aufgehoben und an seinen Platz gelegt? Die Kostümierung der Piemonteser war sehr gut. Das Heer von Novara war der Ort, wohin man es geführt hatte, um  zu zeigen, wie es neu erschaffen worden war, seine Erschöpfung, die Entbehrungen, die Disziplin, alles.  Zu diesen Bergen in den  vom den Grenzen des österreichischen Reiches am weites entferntesten Gegenden war es geführt worden, doch im Herzen dachte es noch  an die schöne Ebene,  am Ufer des Ticino, wo kein Herz sein konnte, das nicht hinüberwollte. Das andere Ufer,  wie sehr wurde dieses Land ersehnt!  Doch für wie lange?  Und zwischen den Regimentern, die in den Schluchten auftauchten oder verschwanden, die einen als Sieger, die anderen als Besiegte hörte man auch Männer, die weder piemontesisch noch genuesisch sprachen. „Es sind Lombarden, Venezianer“, sagten die Leute, die etwas mehr davon wussten, „Toskaner,  Römer“.  Oh, wieviele Leute gibt es in Italien! Damit war das Nachstellen des Krieges aber noch nicht beenet. Zwei Tage später war das ganze Heer in Dego, an der Enge von Dego,  von der man hätte glauben können, dass sie nur dafür gemacht war, dass die Menschen sich dort treffen, aufeinandertreffen um dort ein Blutbad anzurichten.  Und wer Vittorio Emanuele nicht in Montenotte sehen konnte,  der sah in dort auf irgendeiner Anhöhe,  über die sich noch vor nicht allzu langer Zeit der Glaube festgesetzt hatte,  dass auch Buonaparte auf dieser gestanden hatte.  Der König stand da nicht um an der frischen Luft zu sein, sondern angespannt, schaute zu wie sein Heer die Angriffe und die Verteidigung simulierte, ob er darauf bauen konnte, es tatsächlich einzusetzen, wenn es nötig war.  Er war ganz blond, mit regelmäßigen Zügen, glänzenden Augen, fast schön. Sein Pferd bewegte sich unter ihm, als ob sein Geit auf es übertragen würde. An seiner linken  Seite ritt  nachdenklich General Lamarmora, von dem die Frauen und Kinder sagten, dass er ziemlich hässlich sei.  Doch vermittelte dieses hagere,  fast abgezehrte Gesicht den Eindrück, als würde er Tag und Nacht für den König arbeiten,  ihn dazu bringen würde, all das Geld, dass der Minister Cavaoro angefangen hatte, aus den armen Leuten herauszupressen, für Waffen und Soldaten auszugeben. Cavour, Cavaoro (Wortspiel: Der Mann heißt Camillo Benso Conte di Cavour, geb. 1810 in Turin, gest. 1861 in Turin. Daraus machen sie  Cava – Oro = Gräbt nach Gold) verballhornten sie seinen Namen. Oder auch impostore (Betrüger), weil  er die Steuern erließ. Aber die Regierung des Königs wollte es so, man musste das respektieren, gehorchen und bezahlen. Gutmütige Disziplin der Stärke. Als die Schülerschaft  von Carcare für das neue Jahr wieder in die Schule zurückgekehrt war,  gab Pater Canata für die Rhetorik Klasse sofort dieses Thema: „Die Verteidigung von Cosseria“.  Er sagte zu den Kindern: „Gebt acht darauf, dass die Montenotte und Diego nachgespielt wurde, wo die Österreicher die Besiegten waren, nicht die von Cosseria. Und das war gut so, denn dort waren die Piemonteser besiegt worden.  Man darf sich auf keinen Fall an das Gefühl gewöhnen, besiegte werden zu können.“ Wer weiß, ob es von diesen Scolopianern noch weleche gibt. Und wenn es noch welche gibt, ob sie so sprechen können? Montenotte, Dego und Cosseria Ich hatte die Anhöhen von Montenotte  als Kind gesehen, fast schon im Herbst des Jahres 1851, von Leuten überströmt.  Die Leute waren herbeisgeströmt aus Ligurien und Monferrato, um sich am Schauspiel einer Schlacht zu erfreuen.  Keine richtige Schlacht, das versteht sich, sondern angetrieben von vielen, vielen Frauen. Doch der Anblick so vieler unserer alten piemontesischen Regimenter, die über die kahlen Bergrücken glitten, lange, dunkle Reihen, die vom  Blitzen ihrer Waffen  gequält zu werden schienen, war ein martialischer Anblick. Sie zuckten zusammen, beim plötzlichen Auftauchen der mit Federn geschmückten Infanteristen, die plötzlich aus einem Buchenhain, aus einem Brombeergestrüpp auftauchten.  Die Atellerie brachte sich in Stellung, platzierte sich auf den Gipfeln und von dort donnerte sie los. Ein Fest für die, die es von weither hörten. Diese Regimenter waren noch gramerfüllt wegen der Ereignisse von Novarra (am 23. März 1849 wurde die piemontesischen Truppen bei  Novarra von den Österreichern vernichtend geschlagen. Karl  Albert dankte zugunsten seines Sohnes Viktor Emmanuell ab. Die kriegerischen Sandkastenspiele, denen Viktor Emmanuell II beiwohnt, fanden 1852 statt, folglich war Novarra noch gegenwärtig), ein Name, der damals noch die Herzen der Kinder mit Trauer füllte.  Es schien schier unglaublich, dass sie an diesem Tag verlieren konnten (Das Herr von Piemont – Sardinien war weit überlegen. Verloren wurde die Schlacht aufgrund gravierender taktischer Fehler)!  Mit jenen war jetzt Vittorio Emanuelle, damals noch jung wie die Hoffnung, seit zwei Jahren König. Der Herzog von Duca war da, ein feiner und umsichtiger Herr, dessen Begabung ihm man von der Stirne ablesen konnte.  Die zwei  Lamamora waren da, jener, der auf der Brücke von Goito eine Kugel  ins Gesicht bekommen hatte (Bei Goito errang das Königreich Sardinien Piemont einen Sieg gegen Österreich) und der andere, der die Armee wieder aufrichten musste (angespielt wird entweder auf die Schlacht bei Custozza (Juli 1848) oder auf die von Novara (März 1849, wo das Königreich Sardinien Piemont geschlagen wurde. Gemeint ist aber die von 49, siehe unten). Unter den Tausenden von Köpfen, die man an diesem Tage sehen konnte, dachten nicht mal 100 an einen Krieg mit einem günstigen Verlauf gegen Österreich, die man damals den ewigen Feind nannte. Oh wenn mach doch für dieses düstere neunundvierzig hätte Rache nehmen können!  Man dachte nicht darüber nach, dass, wäre Österreich erstmal vertrieben,  der Rest von allein käme, dass der Geist der Einheit bald erwacht wäre, allgemein, unbezwingbar.  Wir haben es gesehen, als die Zeit hierfür reif war. Ich sehe Zeichen von Zelten, die erst vor kurzem abgebaut worden waren und weiß, dass die erste Alpenkompanie hier vom 25 bis 26 Juli vorbeikam. Auf diesen Höhen waren also die findigen Hüte unserer alpinen Brüder gesichtet worden? Wie schön ist es, sich an Turin zu erinnern, an die Bogengänge von Maggi ,  wo sich unter den Skizzen zu Uniformen, die von den Freiwilligen vorgeschlagen wurden, auch eine befand, die ganz der der Kompagnie ähnelte! Sie wurde damals nicht genommen, weil sie zu teuer war, oder weil die Form des Hutes zu sehr an Kalabrien erinnerte.  Die Freiwilligen wurden jedoch Gebirgsjäger der Alpen genannt.  In diesem ruhmreichen Namen, in der Erinnerung dieser Zeichnung, in der Uniform der Kompanie, scheint man die Gründe des Zwistes  sehen zu können, die die Jugend von heute nicht mehr versteht, die aber damals lebendig und gefährlich waren.






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